- Chi è Zaccaria? - chiese Monica, inforcando i maccheroni
- Un
coglione - rispose Valeria, provocandole una sincera risata nasale.
La
rimproverai di non usare certe parole davanti alla piccola, quindi mi voltai verso di lei e le passai una mano tra i capelli.
- Non
ascoltare la mamma - le dissi - non si dicono le parolacce.
Lei
scosse la testa per rassicurarmi e fece "ok" con la mano. Sorrisi.
Ogni volta che la guardavo mi chiedevo come potesse una creatura così pura portare il mio corredo genetico senza sembrare uno scherzo della natura. Certo, le caratteristiche
migliori le aveva ereditate dalla mamma: i capelli indomiti e ribelli, la
pelle pallida, le labbra a forma di cuore, ma quegli occhi piccoli come bottoni
erano i miei, e così le mani tozze e la pancia pericolosamente tendente alla pinguedine.
Monica era l'unico motivo per cui avevo ancora voglia di tornare a casa dopo il
lavoro, e pazienza se nel giro di qualche anno si sarebbe innamorata del cantante
di una boy band e non avrebbe più voluto baciare suo padre: fin quando l'avrei trovata ad aspettarmi dietro la porta di casa ogni volta che sentiva tintinnare le mie chiavi sul pianerottolo, avrei continuato ad illudermi che la grazia di cui mi irradiava fosse eterna.
Quando
finimmo di pranzare, Monica si alzò da tavola e corse in camera sua a giocare.
Valeria, invece, sparecchiò e iniziò a preparare il caffè.
- Si può
sapere perché 'sta stronzata delle corna ti affascina così tanto? – mi chiese, avvitando
la caffetteria con uno straccio.
- Non è
che mi affascina - risposi, quasi imbarazzato - è che mi fa strano pensare di
essere così fuori dalla vita del mio paese. Zaccaria Abagnale si chiava la moglie del Demonio
nel parcheggio dell’Ipercoop ed io sono l’unico che non lo sapeva ...!
- E
questo è un problema per te?
- Sì,
perché è come se mi sentissi un estraneo, uno straniero nella mia stessa città! Dovrei sapere certe cose, le sanno tutti, perchè io ne sono all'oscuro?
- Perché sei una persona triste, Giovà, ecco perché. Sei anonimo, statico, impalpabile. Un corpo
che passa attraverso i giorni senza lasciare traccia. Quante volte te l'ho
detto?
Troppe,
in effetti. Così tante da non farmi più male. Se la mia vita era una
scala di grigi, la colpa era anche del mio carattere remissivo che aveva finito
per spegnere i sogni di libertà e emancipazione che a sedici anni mi accompagnavano a letto tutte le sere. La paura di fallire, di non essere
all'altezza, di far parte della massa informe e senza talento che finisce
nascosta da uno sportello a fare il lavoro più triste del mondo mi ha tenuto
lontano dal tentare qualsiasi strada di autoaffermazione, e quindi eccomi,
a trentotto anni, prigioniero di tutti i miei incubi e di tutte le mie
fissazioni, straniero in una città che mi aveva allevato e che non sembra ricordarsi
di me.
- Hai
ragione - tagliai corto, alzandomi da tavola prima che il caffè fosse pronto -
forse è per questo che non lo sapevo.
Non dormii molto quella notte. Nella mia testa girotondavano pensieri troppo rumorosi per essere chiusi a chiave nel buio amniotico di incoscienza ed endorfine. Il mattino dopo avevo gli occhi ingolfati di
sonno e i nervi che sbattevano contro le tempie come se volessero staccarsi
dalla testa. In ufficio, Mario mi venne incontro con la faccia di chi ha in
gola una malinconia che non riesce ad ingoiare.
- Zaccaria
Abagnale è stato ucciso - disse, e scoppiò a piangere sulla mia spalla.

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