lunedì 27 agosto 2012

Simposio

La casa di Robert De Matteis non somigliava a nessuna di quelle che avevo visto finora. A parte un piccolo bagno e la cucina, l'appartamento consisteva sostanzialmente in ambiente unico con scrivania, letto, un paio di librerie svedesi e una selva di suppellettili e cimeli che sembravano provenire dalle zone più sperdute della Terra. Quando entrai, il padrone di casa mi accolse porgendomi un bicchiere di plastica con della birra scura irlandese e mi abbracciò calorosamente. Indossava un pantalone color muco e una camicia bianca di lino aperta sul petto. La sua stretta era vigorosa e sincera e il suo profumo estremamente gradevole, al punto che mi sentii un tantino a disagio quando l'odore dei capelli bagnati si infilò nel mio naso provocandomi un imbarazzato piacere. Dietro di lui intravidi una ragazza sottile e dalla pelle di luna che mi fu presentata come "Erika Aprea, amica di lunga data e assistente di Filologia Germanica alla Federico II". Mi presentai a mia volta e sperai che non mi chiedesse cosa ne pensassi di questa filologia germanica, visto che non avevo la minima idea di cosa fosse.
- Io e Erika stavamo discutendo su un argomento che solo lei può aiutarci a conoscere meglio, signor Di Ruocco, Giovanni Di Ruocco - disse Robert, sprofondando in una poltrona bordeaux
- Io?
- Si, proprio lei. Le spiego: Erika sostiene che vivere in un paese piccolo renda le persone ossessionate dalla propria apparenza, al punto che ciò che si è per gli altri finisce per contare più di ciò che si è per se stessi. Ogni cosa diventa quindi calcolata, e l'imperativo morale non è più "bisogna farlo perché vale la pena" ma "bisogna farlo perché così non ci giudicano". Io invece sostengo che il paese piccolo ti da' la possibilità di non restare mai solo. Non ci si può perdere in un paesello, non senza che qualcuno prima o poi ti venga a cercare.
- Ovviamente - spiegò Erika - questa discussione è nata pensando alla storia del suo compaesano cornuto, 'O Diavolo ...
- 'O Demonio - la corressi
- 'O Demonio.
- Ordunque, Di Ruocco, lei cosa ne pensa?
- Beh, così, su due piedi, mi viene da dare ragione entrambi. Io, personalmente, nel paese mi trovo bene: ho i miei amici, la mia routine, il mio lavoro. A volte mi sembra tutto un po' monotono, ma in fin dei conti sono un uomo tranquillo e quindi non mi lamento. Mia moglie, invece, lo odia: lei viene dalla città, trova la mentalità del posto piuttosto gretta e ...
- Povera donna, non le si può dar torto. Vivere in un paese dove un tizio 'a bell ' e buon* appende un paio di corna di ferro fuori ad un negozio  ...
- Per me è stata un'opera d'arte - obiettò De Matteis - una roba alla Cattelan o alla Marina Abramovich. Post-moderno, se vogliamo.
- Post-moderno? Io lo trovo incredibilmente primitivo!
- Nah, per me è arte. Di Ruocco, le disturba se preparo il narghilè?
- Il che ...?
Mi indicò un attrezzo dalla forma sinuosa e riccamente decorato, formato da una specie di vaso dalla base rotonda e il collo allungato a cui era attaccato un tubo di stoffa che terminava con un bocchino ondulato. De Matteis mi spiegò che gli Arabi lo usano per fumare in comitiva e mi assicurò che mi sarebbe piaciuto. Non avevo mai visto una cosa del genere, ma perché stupirmi? Nulla in quella casa somigliava a quello che avevo conosciuto finora, era come naufragare su un'isola dall'altra parte dell'Oceano e ritrovarsi con il culo in mezzo agli aborigeni.
- Sa, Di Ruocco, anche io vengo dalla provincia - riprese Erika, tirandosi indietro i capelli con la mano - quando dissi ai miei genitori che mi sarei specializzata in Filologia, mio padre sbatté i pugni sul tavolo e mi disse "ma che figura ci fai fare con la gente? Cosa dico ai parenti, 'mia figlia s'ammor 'e famm**'?". Per lui la laurea aveva senso solo se finivi a fare l'architetto, il medico o l'avvocato, perché così potevi sbandierare la tua superiorità.
- Tu sei troppo dura, Erika - le disse Robert, versando il tabacco in una specie di setaccio - l'ignoranza è una piaga che si può lenire. Prova invece a soffocare il desiderio di perderti per il solo gusto di essere cercato: come pensi di riuscirci? Preferisco curare l'ignoranza piuttosto che dovermi perdere per ritrovarmi sempre solo con me stesso.
- Sei il solito poeta da tre soldi, Bob. Come pensi di curare l'ignoranza di gente come mio padre? Facendogli leggere Honorè de Balzac?
- Sarebbe un'idea grandiosa. Papà Goriot rappresenta tutto ciò che un buon genitore non dovrebbe essere, non crede, signor Di Ruocco?
Non credevo? Credevo? Provavo uno strano disagio a stare in mezzo a quelle parole che non conoscevo. Non il disagio di chi vorrebbe essere altrove, sia chiaro. Semmai il disagio di non essere mai stato lì prima d'ora, di non aver potuto bere alla fontana di un sapere che mi era stato precluso e che poteva non solo dissetarmi, ma addirittura sbronzarmi con la sua potenza. Più trascorrevo del tempo con lui, più Robert De Matteis mi sembrava l'uomo che avrei sempre voluto essere: libero, elegante, acculturato. Dovevo approfittare di quei momenti per lasciare che il suo sapere illuminasse un po' anche me e mi preparasse alla vecchiaia. In fondo è questa l'impressione che mi davano uomini come lui: gente che si assicurava una dignitosa vecchiaia grazie al conforto del proprio meraviglioso sapere.
- Il citofono, dev'essere Delia.
- Hai invitato anche lei? - fece Erika, piuttosto infastidita
- Chi è Delia? - chiesi, come se fosse naturale chiedere una cosa del genere
- Oh, le piacerà sicuramente, signor Di Ruocco. Delia è una persona deliziosa. Si fidi di me.


*all'improvviso
** fa la fame

martedì 17 luglio 2012

Passo doppio

La notizia della prematura scomparsa di Zaccaria Abagnale comparve nel sommario dei tg locali già ad ora di pranzo, e anche sul Sesto mandarono in onda un primo, approssimativo servizio nel giornale di mezzogiorno e mezza. Nel pezzo c'era anche l'intervista ad Alfonso 'O Mitraglione, il portiere del Comune.
- L'arte della dialettica al servizio dell'informazione - commentò Valeria, senza preoccuparsi di sembrare sarcastica - tra tanta gente che potevano intervistare, proprio quel vecchio scugnato* dovevano scegliere? Finanche tu avresti fatto una figura migliore!
- Ma papà è bello. - disse Monica con tutta la serietà di cui era capace
- Perché non l'hai visto nudo - rispose lei.
- La pianti? - sbottai - Neanche davanti all'innocenza di una creatura riesci a darti una regolata!
- Figurati, che Dio protegga la sua innocenza quanto più a lungo possibile! Io mi limitavo a constatare l'ovvio.
- Offendendomi.
- Descrivendoti.
- ...
- Seriamente, com'è che tu sei sempre in piazza e nessuno ti ha chiesto un cazzo di niente, Giovà?
- Perchè ...
Stavo per dirle di Robert De Matteis, ma non lo feci. Come avrebbe potuto capire una cosa del genere? Il mio entusiasmo sarebbe stato demolito dal suo arido cinismo! Dovevo nasconderle l'emozione di quell'incontro per evitare che diventasse patrimonio comune, un'esperienza condivisa che avrebbe perso ogni alito di bellezza nel momento in cui sarebbe passata dalla mia bocca alle sue orecchie. Robert De Matteis era un'emozione soltanto mia, e nessuno avrebbe potuto stuprarla col suo punto di vista.
- Perché sono anonimo e triste, Valè. Lo dici sempre anche tu, no? Probabilmente non sarei manco apparso sullo schermo tanto sono invisibile.

Il mattino dopo arrestarono 'O Demonio. Stavo accompagnando Monica a scuola quando due volanti dei carabinieri sfrecciarono a sirene spiegate lungo la strada principale seguite da un codazzo di macchine strombazzanti. Quando la gente si accorse di cosa stava accadendo, si riversò sui balconi e nelle strade per partecipare alla celebrazione di quella strana ordalia: qualcuno applaudì, qualcun'altro pianse, qualcuno invocò la pena di morte. Dai terrazzi si levarono grida di ogni genere, e per una decina di minuti il paese si fermò per asciugare la sua sete di giustizia.
- E questo è il popolo, caro il mio signor Di Ruocco, Giovanni Di Ruocco - disse Robert De Matteis, comparendo alle mie spalle - un grande stomaco che vive in funzione del suo umore. E' tendenzialmente indifferente, ma se viene stimolato fa rumori osceni e si contorce come un dannato. Poi lo stimolo si esaurisce e tutto si acquieta. Quanta di questa gente che inneggia alle forze dell'ordine domani tornerà a chiamarli "frustrati" leggendo il giornale o trovandosi una multa sul parabrezza?
- Non lo so ... parecchi?
- Quasi tutti, oserei dire.
- ...
- Comunque Samuele Tammaro è semplicemente in custodia cautelare, non ha confessato di aver ucciso Zaccaria. Lo tengono dentro perché è l'unico indiziato, e gli inquirenti, come me, credono nel rasoio di Occam, anche se probabilmente non sanno nemmeno cosa diavolo sia.
- In realtà non lo so neanch'io - confessai
- E' un principio filosofico basilare - rispose lui, senza indignarsi per la mia ignoranza - "a parità di fattori, la soluzione più semplice è quella da preferire". Controlli su Wikipedia.
- Non c'è bisogno, mi fido di lei.
- Fa bene. O forse no. Fidarsi, come s'intuisce dall'etimologia della parola, è un atto di fede, e la fede è una menomazione della coscienza.
- Nel senso che ...?
- Nel senso che rende cechi. Le Tenebre del Dubbio ti costringono ad aprire gli occhi per cercare la Luce, ossia la Verità.
- E' una cosa estremamente affascinante, e sincer...
- Papà ...! - Monica mi tirò per un braccio
- Ah, si ... devo accompagnare la bambina a scuola. E' stato un piacere rincontrarla, signor De Matteis. Avrei voluto avere più tempo per parlare con lei, ma come vede devo scappare e ...
- Non si preoccupi. Se mi vuole sa' dove cercarmi. Non piace me lasciare le conversazioni a metà.
- Neanche a me. Buona giornata.

Nei giorni che vennero si consolidarono in me due coriacee convinzioni: che la storia di Zaccaria e del Demonio era stata tutto sommato una piacevole parentesi in mezzo alla costante anonimia della mia vita (e un po' mi vergognai di questo pensiero, considerando che Zaccaria era 3 metri sotto terra e Samuele Tammaro a farsi inculare in prigione) e che avrei dovuto assolutamente chiamare Robert De Matteis per finire quella chiacchierata e magari cominciare un'altra, e un'altra ancora, per il solo gusto di ritrovarci in un luogo completamente diverso da quello da cui eravamo partiti.
Una mattina, così, cercai su Internet il numero di telefono del giornale e chiamai in redazione. 
- Signor Di Ruocco, Giovanni Di Ruocco! Che piacere sentirla! Io e lei dobbiamo ancora finire quella chiacchierata!
- Si, è proprio per questo che l'ho chiamata, io ...
- Le va bene domani sera a casa mia?
 -A casa sua a Napoli?
- Si, si segni l'indirizzo: via Vincenzo Cuoco 223. Ci vediamo verso le 9, va bene?

*senza denti

martedì 10 luglio 2012

Fucked up!

Se ne stava seduto all'unico tavolino del bar a giochicchiare con una bustina di zucchero. La teneva tra due dita e la faceva sbattere contro il bordo di una tazzina di caffè seguendo un ritmo tintinnante e cadenzato. Quando cominciò a parlare, la Philip Morris spenta che gli pendeva dalle labbra vibrò nell'aria come un trampolino.
- Lei si lamenta tanto dei miei colleghi, delle forze dell'ordine, del Comune - esordì - eppure credo di essere il settimo o ottavo giornalista che entra nel suo bar da stamattina, e l'unico che ha preso solo un caffè. Per non parlare dei vigili urbani: scommetto che tutte le mattine vengono a fare colazione da lei. Quanti cornetti finiscono nello stomaco della polizia municipale ogni giorno? Non me lo dica, conosco già la risposta. E scommetto anche che il signore qui presente lo sa. Lei è del Comune, giusto?
- Si - risposi
- Immaginavo. Fossi in lei, mio buon amico - mi disse - lascerei qui i caffè e mi rivolgerei a un altro bar. In tutta onestà non sono neppure un granché.
Posò 2 euro sul bancone e mi passò accanto dandomi una pacca sulla spalla. Ancora adesso mi rimbomba nelle orecchie il silenzio goffo e impotente in cui annegò il locale dopo la sua clamorosa uscita di scena, ma forse il tempo ha confuso i ricordi conferendogli i contorni slabbrati e dorati del Mito, e tutto mi sembra più grande e lucente di quanto non sia stato. Ad ogni buon conto, quando lasciai il bar lo trovai in piazza che armeggiava con un iPad seduto sul bordo di una panchina di tufo. Teneva ancora la Philip Morris spenta tra le labbra, tant'è che pensai che le sigarette per lui non fossero un vizio, ma un semplice vezzo, un modo come un altro di dire "ci sono e vi somiglio". Gli passai intenzionalmente davanti per farmi notare e lui sorrise della mia sfacciataggine.
- Alla fine li ha presi quei maledetti caffè - disse, indicando il vassoio che reggevo tra le mani
- Già. Non ho ascoltato il suo consiglio.
- Si figuri, ci mancherebbe altro. Dev'essere un cliente abituale, ormai non fa manco più caso a cosa beve.Ma io sono piuttosto intollerante a chi si lamenta e ai cattivi caffè, e in quel bar c'era una massiccia presenza di entrambe le categorie.
- Questa m'è piaciuta molto.
- Me ne compiaccio. Permette? - disse, porgendomi la mano - mi chiamo Robert De Matteis, mi occupo di cronaca locale per un grande giornale napoletano.
- Quale?
- Il più grande.
Lo guardai meglio: era un bell'uomo alto quasi 1 metro e 80, con un paio di baffetti sottili alla Clark Gable e i capelli lunghi che gli scendevano ondulati sulla fronte. Portava degli occhiali da vista con la montatura nera e le lenti violette, e le dita - decisamente tozze, ma vispe e vigorose - erano foderate di anelli a fascia larga decorati con teschi maori.
- Robert De Matteis, ha detto?
- Si, non si faccia ingannare dal nome: mia mamma è originaria dell'Hampshire, ma sono napoletano quanto lei, signor ...?
- Di Ruocco. Giovanni Di Ruocco.
- Mi piace come l'ha detto - fece - "Di Ruocco, Giovanni Di Ruocco". Come "Bond, James Bond". Le posso fare qualche domanda su Zaccaria Abagnale, mr. Di Ruocco?
- No, guardi, sono la persona meno indicata a parlare di certe cose. Conoscevo poco Zaccaria, quindi non le so dire niente ...
- Andiamo, mi vuole far credere che non sospetta come tutti che a ucciderlo sia stato il tizio che voi chiamate 'O Diavolo?
- 'O Demonio - lo corressi.
- 'O Demonio - si corresse - è stato lui o no?
- E' quello che dice la gente, sa ...le voci ... i ... i ... senta, devo andare, ho anche i caffè e non voglio che si freddino ...
- Ok, allora facciamo così: le pongo una sola, semplicissima domanda e lei mi risponde  soltanto "si" o "no", ok?
- Senta, io ...
- Se un leonessa cattura una zebra per sfamare il suo branco e, mentre raduna gli altri leoni per banchettare, un ghepardo veloce, astuto, sinuoso sguscia dai cespugli e sottrae con l'arguzia la carcassa ai leoni, quid juris? Cosa succede?
- I leoni catturano un'altra zebra?
- Nossignore.
- Vanno a riprendersi la preda e uccidono i ghepardi. 
- Esatto. E sa perché? Perché obbediscono a una sola legge, quella della natura: occhio per occhio, dente per dente. E' d'accordo con me, signor Di Ruocco?
- Si.
- Mi basta questo. Buona giornata e grazie per il suo tempo.
Mi strinse di nuovo la mano e mi congedò tornandosene al suo iPad. Rimasi lì a fissarlo per qualche attimo, giusto il tempo di accorgermi che ero stato fottuto. Ma non fottuto "imbrogliato": fottuto innamorato. Non che l'innamoramento non sia un grande imbroglio, per carità, ma quell'uomo mi aveva appena tagliato in due l'anima come una tela, ed io gliel'avevo lasciato fare senza opporre alcuna resistenza.

Quando tornai in ufficio, Mario mi chiese chi fosse il tizio con cui stavo parlando.
- Un amico - risposi senza convinzione.
Non ebbi il coraggio di dirgli la verità.

martedì 3 luglio 2012

Un quarto d'ora di celebrità

Purtroppo o per fortuna, la maggior parte dei giornalisti che avevano invaso la piazza lavorava per emittenti private. Si avvicinavano agli anziani del paese con le loro telecamere antiche e i loro accenti robusti trattenuti a stento da una buona sintassi e registravano decine di testimonianze sgrammaticate senza preoccuparsi di abbellirle o tagliarle, che tanto chi avrebbe visto il servizio parlava e ragionava nello stesso identico modo.
Nascosto tra i locali scorgemmo anche qualche inviato dei grandi TG del Nord. Loro sì che erano professionisti del melodramma: non appena la spia rossa della telecamera si accendeva, aggrottavano strategicamente le sopracciglia e incrinavano la voce per avvolgere l'ascoltatore nel pathos della sciagura. Erano espedienti empatici studiati ad arte ed affinati in anni ed anni di teatrino del dolore delle 13 e delle 20, più forti di ogni convinzione estetica e morale. Li guardavo avvicinarsi alla gente e mi sentivo a disagio, preda di una strana forma di gelosia: tra le pieghe delle risposte che gli stavano dando i miei compaesani c'era una storia che avevo conosciuto da poco ma che mi stavano già portando via, uno squarcio di vita che il pubblico avrebbe masticato e sputato via nel giro di un alito di vento padano.
- Vogliono farci diventare come Cogne o Novi Ligure, maledetti bastardi ... - bofonchiò Mario, scrutando la piazza
- Non ti sembra di esagerare? - chiese Peppe - In fondo qui non c'è nessun giallo. Zaccaria è stato ucciso dal Demonio: lo so io, lo sai tu, lo sa il paese e tra un po' lo sapranno anche loro. Ti do massimo 3 giorni e questi levano le tende.
- Io li conosco quelli come loro, Peppì. Ti ricordi quando si impiccò il figlio di mio cugino? Dissero che era stata colpa della famiglia, della madre che era una cagna e del padre che da piccolo lo picchiava ogni sera, quando invece si uccise soltanto perché non riusciva a trovare un lavoro e voleva sposarsi. Bisogna stare molto attenti a ciò che scrivono o mandano in onda: quella è gente che contempla il Fascino, non la Verità!
Le ferite di Mario resero la mia gelosia ancora più arida e irrazionale. Era evidente che davanti a tagli così profondi e salati il mio fastidio si prostrasse per quello che era: un vezzo epidermico e infondato di cui arrivare anche a vergognarsi, o almeno a dolersi in silenzio.
Da dietro il finestrone dell'ufficio riconoscemmo un'inviata del sesto canale che si aggiustava il trucco guardando in uno specchietto rotondo a forma di conchiglia. Quando ritenne di essere abbastanza bella da lasciare che la telecamera inghiottisse il suo lungo profilo volpino, fece segno al cameraman di registrare e chiamò a sé il custode del Comune, Alfonso Facci detto "'O Mitraglione". Appena la donna gli porse il microfono per intervistarlo, Alfonso cominciò a sputacchiare in preda alla foga dialettica, giustificando così un soprannome che resisteva da più di 40 anni.
- Mario, tu avrai anche ragione sui giornalisti, ma converrai con me che il fatto che Alfonso 'O Mitraglione che si faccia intervistare da una patana* del genere sia una profonda ingiustizia sociale - sbottò Peppe.
- Scendi giù e fatti intervistare pure tu, che ti devo dire! - rispose Mario, senza la minima traccia di ironia.
- Oh, io scenderei pure, ma tra poco arriva il caffè, e tu sai quali sono le mie priorità ...
- Mi sa che oggi il caffè non arriva - dissi, indicando di nuovo fuori - guardate là.
Due vigili urbani avevano bloccato il garzone del bar sul marciapiedi di fronte e gli avevano chiesto di non attraversare la piazza. Dai gesti che facevano riuscimmo a capire che non volevano intralciare il lavoro delle troupe televisive, e la motivazione parve stupida tanto a noi quanto a lui. Un paio di minuti più tardi il proprietario del bar telefonò in ufficio per chiederci di andare a ritirare i caffè di persona, che i vigili urbani di questo paese erano una banda di ritardati, la televisione rovina la gente, il sindaco dov'è in questi casi eccetera eccetera.
Peppe, però, si rifiutò di scendere, e a Mario non lo chiedemmo proprio. Così mandarono me: deglutii il mio fastidio con la rassegnazione orgogliosa del condannato che si avvia al patibolo e attraversai la piazza a testa bassa. I cannibali della tv stavano cibandosi della vanità dei miei compaesani e così non mi cagarono nemmeno di striscio. Nel bar, trovai il vassoio coi caffè e i bicchieri d'acqua sul bancone e il proprietario che ancora se la menava con la storia dei giornalisti e dei vigili urbani. Ne disse parecchie, tirò giù anche qualche Madonna, e allora provai a dirgli che non era successo niente, ma lui continuò a lamentarsi e contemporaneamente a scusarsi per l'inconveniente. Fu proprio in quel momento che ascoltai per la prima volta la voce dell'uomo che mi avrebbe cambiato la vita.

*sineddoche napoletana: patana, cioè "patata" (indi "vagina"), è un modo per indicare una donna particolarmente avvenente e desiderabile

lunedì 25 giugno 2012

Sic transit gloria mundi

Fu Iovane a spiegarmi cosa era successo: all'alba, due rumeni avevano ritrovato il cadavere di Zaccaria nelle terre che lavoravano per conto di certi parenti del Sindaco e avevano subito avvertito i Carabinieri. L'uomo aveva una profonda ferita alla tempia e un cartello di legno appeso al collo su cui era stata dipinta, a caratteri rossi, la scritta  sic transit gloria mundi.
- E che significa?
- "Così se ne va la gloria del mondo". E' una locuzione latina che si usa quando muore un personaggio famoso. Non così sarcasticamente, però. Chi ha ucciso Zaccaria dev'essere un uomo colto, in fin dei conti. 
- Perché dici "chi ha ucciso Zaccaria"? - chiese Peppe, porgendo un bicchiere di acqua e zucchero a Mario - lo sappiamo tutti che è stato 'O Demonio.
- Guarda che, sino a prova contraria, nessuno è colpevole, Peppì ...
- Iovane, tu avrai pure studiato, ma quanto a intelligenza pratica stai inguaiato. Ragiona un secondo: Zaccaria Abagnale, dopo anni di relazione con la moglie del Demonio, decide di appendere fuori al negozio del suddetto un solenne e inequivocabile paio di corna di ferro. Il Demonio chiude il negozio, s'incazza come la bestia cornuta che è e due giorni dopo Zaccaria viene ritrovato morto in mezzo ai campi. Secondo te chi è stato ad ucciderlo?
- A parte che una chiavata a settimana nel parcheggio di un supermercato non è "una relazione", ma chi te lo dice che sia stato materialmente lui a compiere l'atto? E se ha chiesto a qualcuno di farlo per conto suo?
- Vedi che alla fine giungiamo alle stesse conclusioni? Esecutore o mandante, Samuele Tammaro ha ucciso Zaccaria Abagnale, sicuro come il Padreterno che ci guarda dal cielo.
- Quello che bisogna capire, però - dissi - è se 'O Demonio (o chi per lui) ha ammazzato Zaccaria nei campi o vi ha solo lasciato il cadavere.
- Questo è compito della Scientifica - provò a spiegare Iovane, ma fu interrotto da Mario, che sembrava finalmente aver ripreso lo spessore dei vivi.
- L'ha ucciso lì, ne sono certo - sentenziò, a voce bassa ma decisa - Ha scelto quei campi perché voleva che la gente sapesse che era stato lui ad ammazzare Zaccaria. Di notte sono protetti dalla luna, ma già dalle prime luci del mattino arriva gente per lavorarli e sarebbe stato impossibile non far filtrare la notizia.
- State teorizzando sul nulla - tagliò corto Iovane - è da psicopatici compiere un delitto solo per dimostrare alla gente di sapersi fare giustizia da solo. Cos'è, un ritorno al delitto d'onore? A volte mi fate cadere le braccia con la vostra grettezza...
- Noi saremmo pure gretti - ribatté Peppe - ma tu neghi l'ovvio, caro mio...
- E quale sarebbe l'ovvio? La legge del taglione?
Mario schioccò la lingua sotto il palato in segno di disappunto e accartocciò tra le mani il bicchiere di plastica da cui aveva bevuto acqua e zucchero. Iovane, invece, con ancora il gusto della vittoria dialettica che gli gonfiava il torace, salutò i presenti e si avviò verso l'ufficio tecnico.
- Iovane, pfui! - sbottò Peppe, accasandosi dietro la scrivania dove c'era il computer - è buono solo a fare filosofia: parla, parla, parla, ma in fin dei conti non dice mai un cazzo di niente.
- Lascia perdere Iovane - dissi - date un'occhiata fuori ...
Sulla piazza centrale erano spuntati telecamere e microfoni ovunque: c'era chi si appostava sotto al campanile normanno, chi davanti alle fontane, chi fermava la gente puntandogli contro un gelato con il nome dell'azienda per cui lavorava. Giornalisti, sanguisughe, cavallette ovunque.
- Siamo diventati famosi! - disse Peppe.
- Siamo nella merda - rispose Mario.

martedì 19 giugno 2012

Happy Family

Anche Valeria sapeva delle corna del Demonio, ma non gliene fregava nulla. Farlo significava dare importanza a gente che si era ripromessa di odiare nel momento stesso in cui aveva lasciato la Grande Città per diventare la signora Di Ruocco (si, io mi chiamo Giovanni Di Ruocco, e Valeria, mia moglie, è la signora Di Ruocco). Di questo borgo bastardo dimenticato anche dalla Madonna che gli dava il nome detestava ogni cosa, dal rozzo campanile normanno che troneggiava sulla piazza centrale al terribile vizio dei suoi abitanti di darti del tu dieci secondi dopo averti conosciuto. Odiava gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani, il parroco, il sindaco, il tabaccaio, l'edicolante. Alla scure della sua intolleranza non si sottraeva nessuno, neanche chi aveva la flemma e lo spessore per staccarsi dalla massa. Per questo, quando provai a parlarle di Zaccaria Abagnale, del Demonio e delle sue corna di ferro si produsse in una smorfia infastidita e alzò il volume del televisore per sotterrare il mio chiacchiericcio.
- Chi è Zaccaria? - chiese Monica, inforcando i maccheroni
- Un coglione - rispose Valeria, provocandole una sincera risata nasale.
La rimproverai di non usare certe parole davanti alla piccola, quindi mi voltai verso di lei e le passai una mano tra i capelli.
- Non ascoltare la mamma - le dissi - non si dicono le parolacce.
Lei scosse la testa per rassicurarmi e fece "ok" con la mano. Sorrisi. Ogni volta che la guardavo mi chiedevo come potesse una creatura così pura portare il mio corredo genetico senza sembrare uno scherzo della natura. Certo, le caratteristiche migliori le aveva ereditate dalla mamma: i capelli indomiti e ribelli, la pelle pallida, le labbra a forma di cuore, ma quegli occhi piccoli come bottoni erano i miei, e così le mani tozze e la pancia pericolosamente tendente alla pinguedine. Monica era l'unico motivo per cui avevo ancora voglia di tornare a casa dopo il lavoro, e pazienza se nel giro di qualche anno si sarebbe innamorata del cantante di una boy band e non avrebbe più voluto baciare suo padre: fin quando l'avrei trovata ad aspettarmi dietro la porta di casa ogni volta che sentiva tintinnare le mie chiavi sul pianerottolo, avrei continuato ad illudermi che la grazia di cui mi irradiava fosse eterna. 
Quando finimmo di pranzare, Monica si alzò da tavola e corse in camera sua a giocare. Valeria, invece, sparecchiò e iniziò a preparare il caffè.
- Si può sapere perché 'sta stronzata delle corna ti affascina così tanto? – mi chiese, avvitando la caffetteria con uno straccio.
- Non è che mi affascina - risposi, quasi imbarazzato - è che mi fa strano pensare di essere così fuori dalla vita del mio paese. Zaccaria Abagnale si chiava la moglie del Demonio nel parcheggio dell’Ipercoop ed io sono l’unico che non lo sapeva ...!
- E questo è un problema per te?
- Sì, perché è come se mi sentissi un estraneo, uno straniero nella mia stessa città! Dovrei sapere certe cose, le sanno tutti, perchè io ne sono all'oscuro?
- Perché sei una persona triste, Giovà, ecco perché. Sei anonimo, statico, impalpabile. Un corpo che passa attraverso i giorni senza lasciare traccia. Quante volte te l'ho detto?
Troppe, in effetti. Così tante da non farmi più male. Se la mia vita era una scala di grigi, la colpa era anche del mio carattere remissivo che aveva finito per spegnere i sogni di libertà e emancipazione che a sedici anni mi accompagnavano a letto tutte le sere. La paura di fallire, di non essere all'altezza, di far parte della massa informe e senza talento che finisce nascosta da uno sportello a fare il lavoro più triste del mondo mi ha tenuto lontano dal tentare qualsiasi strada di autoaffermazione, e quindi eccomi, a trentotto anni, prigioniero di tutti i miei incubi e di tutte le mie fissazioni, straniero in una città che mi aveva allevato e che non sembra ricordarsi di me.
- Hai ragione - tagliai corto, alzandomi da tavola prima che il caffè fosse pronto - forse è per questo che non lo sapevo.

Non dormii molto quella notte. Nella mia testa girotondavano pensieri troppo rumorosi per essere chiusi a chiave nel buio amniotico di incoscienza ed endorfine. Il mattino dopo avevo gli occhi ingolfati di sonno e i nervi che sbattevano contro le tempie come se volessero staccarsi dalla testa. In ufficio, Mario mi venne incontro con la faccia di chi ha in gola una malinconia che non riesce ad ingoiare.
- Zaccaria Abagnale è stato ucciso - disse, e scoppiò a piangere sulla mia spalla.

sabato 9 giugno 2012

Le corna del Demonio

All’inizio pensai fosse uno scherzo, le solite cazzate che si dicono a prima mattina per iniziare la giornata. Poi Iovane dell’ufficio tecnico mi mostrò una foto che aveva fatto col cellulare e capii che era tutto vero: la scorsa notte qualcuno aveva materialmente e inequivocabilmente appeso due grandi corna di ferro fuori al negozio di Samuele Tammaro, ‘O Demonio.
-          Lo diceva che prima o poi l’avrebbe fatto, e ha mantenuto la promessa …
-          Chi? – chiesi
-          Zaccaria. Sono anni che si tiene la moglie del Demonio. Lo sa tutto il paese, com'è che tu ne sei all'oscuro?
In effetti le mie conoscenze al riguardo erano piuttosto scarse. Sapevo che i pii uomini e le pie donne che andavano in Chiesa a battersi il petto la domenica lo chiamavano “‘O Demonio” perchè aveva gli occhi perennemente arrossati e un pizzetto nero e appuntito da Belzebù, ma non pensavo avesse una moglie e che questa se la intendesse con un uomo di nome Zaccaria. Anzi, non sapevo manco chi fosse Zaccaria, a dire il vero.
-          Il mese scorso – spiegò Mario - ‘O Demonio venne a sapere dal suo socio che Zaccaria si chiavava sua moglie nel parcheggio dell’Ipercoop. Due giorni dopo, la macchina di Zaccaria fu inspiegabilmente distrutta a colpi di cric. Lo sapevano tutti che era stato Samuele a scassargliela, lo sapeva anche Zaccaria. D’altronde, chi altri poteva essere stato?
-          Scusami, ma a 'sto Zaccaria hanno scassato la macchina e lui si vendica ficcando due corna di ferro sull’insegna di un negozio?
-          Tu non conosci Zaccaria Abagnale – disse Iovane in tono pedagogico, visto che tra noi era il più acculturato - È un uomo di altri tempi, un giullare, un personaggio da commedia dell’arte. I danni alla macchina si riparano, il danno all’immagine di un paio di corna fuori al negozio di uno chiamato ‘O Demonio no. Vive di immagini forti, di colpi di scena e contraccolpi umorali.
Feci finta di aver capito e mi chiesi come fosse possibile che in un paese di reietti e mezze seghe come il nostro, col nome di una Madonna che nessuno prega, un uomo di nome Zaccaria potesse vivere di colpi di genio del genere senza che nessuno gli desse del coglione, del frocio, del ritardato mentale. Anzi, da come ne parlavano, pareva quasi che Iovane,  Mario e gli altri provassero una sincera ammirazione nei suoi confronti. Forse era solamente l’ilarità che suscitava una notizia del genere -  un uomo che va appendendo un paio di corna fuori al negozio di uno chiamato ‘O Demonio – o forse era qualcos’altro, chissà.
Tornammo ad occuparci della nostra routine più o meno cinque minuti dopo, quando Peppe si appropriò del computer per sapere tutto del nuovo Roberto Carlos che l’Inter aveva scovato in Brasile e Mario si lanciò in un’elegia sulle tette di una che aveva visto l'altra sera in tv.

Prima di tornare a casa, mi allungai fino a via Euripide per dare un'occhiata al negozio del Demonio. La saracinesca era abbassata e sul marciapiede c'era puzza di piscio di cane. Quando alzai lo sguardo finalmente le vidi: erano due corna di ferro scuro, rudimentali e porose, sinceramente brutte. L’impatto sullo spettatore, però, era devastante, e il messaggio che sottendevano chiarissimo: Zaccaria Abagnale aveva consegnato al Demonio il lasciapassare per un’eternità da cornuto.

sabato 2 giugno 2012

Un borghese


Io non so di preciso come sia successo ma è successo. Un giorno mi sono svegliato e ho capito che mi avevano fottuto, alla fine ce l’avevano fatta, ero diventato uno di loro. La mia capacità di scegliere e discernere si era finalmente conformata ai principi che, sin dalla più tenera età, avevo sentito riecheggiare nelle loro scuole, nelle loro case, nelle loro chiese. Così una mattina mi sono ritrovato davanti allo specchio, inguainato in un vestito a giacca grigio, ad assaporare il gusto perverso di avere una buona apparenza.
Ero diventato un borghese.
Piccolo piccolo, forse. Di sicuro normale, nel senso più grigio del termine. Senza sogni e prospettive di fuga, ma con un lavoro, una famiglia e un fondo per la pensione. Impiegato comunale all’ufficio anagrafe - secondo piano a destra, dopo l’ufficio urbanistica. La maggior parte del lavoro consiste nell’aspettare qualcuno che deve rinnovare la carta d’identità o farne una nuova. Poiché questo è un paesello di non più di 11 mila abitanti, ciò significa passare le giornate a parlare di femmine e pallone con gli altri due sfigati che lavorano con me. A Mario, il più anziano, piacciono le tette da vacca, grosse e carnose, e ogni volta che ne vede un paio fa sempre lo stesso commento. L’altro, Peppe, ha appena un anno in più di me ed è interista, ma dice che non ha intenzione di smettere. In poco più di tre ore ordiniamo un paio di caffè, anneriamo qualche schedina e aspettiamo la campanella che ci dice che un'altra giornata è finita, siamo sopravvissuti all'abitudine anche quest'oggi, possiamo tornare alle nostre tane tutte uguali. Ogni tanto passa il sindaco e fingiamo di sfogliare qualche faldone o di cercare roba sul computer, anche se Mario, da quando gliel’ha insegnato il nipote, è quasi sempre su You Porn e Peppe si interessa solo di calciomercato, in qualsiasi mese e in qualsiasi momento dell’anno. Salutiamo, a volte ci inchiniamo, “buongiornosignorsindaco” e la cosa finisce lì, tutti a grattarsi le palle come prima. Però è questo che ci chiede la modernità: un posto di lavoro, un’attività retribuita che ci riempia le giornate dal lunedì al venerdì e ci permetta due settimane di ferie in Calabria a cavallo del Ferragosto. Perché il lavoro nobilita l’uomo, dicono i saggi, anche se come noi ci si guarda in faccia dalla mattina a sera.

Poi un giorno, arrivando in Comune, trovo Peppe e Mario circondati dai colleghi dell’ufficio tecnico e dell’ufficio urbanistica che urlavano e ridevano.
-          Cosa è successo? – chiedo, togliendomi la giacca
-          Non hai sentito? Stanotte hanno messo le corna al Demonio.