sabato 2 giugno 2012

Un borghese


Io non so di preciso come sia successo ma è successo. Un giorno mi sono svegliato e ho capito che mi avevano fottuto, alla fine ce l’avevano fatta, ero diventato uno di loro. La mia capacità di scegliere e discernere si era finalmente conformata ai principi che, sin dalla più tenera età, avevo sentito riecheggiare nelle loro scuole, nelle loro case, nelle loro chiese. Così una mattina mi sono ritrovato davanti allo specchio, inguainato in un vestito a giacca grigio, ad assaporare il gusto perverso di avere una buona apparenza.
Ero diventato un borghese.
Piccolo piccolo, forse. Di sicuro normale, nel senso più grigio del termine. Senza sogni e prospettive di fuga, ma con un lavoro, una famiglia e un fondo per la pensione. Impiegato comunale all’ufficio anagrafe - secondo piano a destra, dopo l’ufficio urbanistica. La maggior parte del lavoro consiste nell’aspettare qualcuno che deve rinnovare la carta d’identità o farne una nuova. Poiché questo è un paesello di non più di 11 mila abitanti, ciò significa passare le giornate a parlare di femmine e pallone con gli altri due sfigati che lavorano con me. A Mario, il più anziano, piacciono le tette da vacca, grosse e carnose, e ogni volta che ne vede un paio fa sempre lo stesso commento. L’altro, Peppe, ha appena un anno in più di me ed è interista, ma dice che non ha intenzione di smettere. In poco più di tre ore ordiniamo un paio di caffè, anneriamo qualche schedina e aspettiamo la campanella che ci dice che un'altra giornata è finita, siamo sopravvissuti all'abitudine anche quest'oggi, possiamo tornare alle nostre tane tutte uguali. Ogni tanto passa il sindaco e fingiamo di sfogliare qualche faldone o di cercare roba sul computer, anche se Mario, da quando gliel’ha insegnato il nipote, è quasi sempre su You Porn e Peppe si interessa solo di calciomercato, in qualsiasi mese e in qualsiasi momento dell’anno. Salutiamo, a volte ci inchiniamo, “buongiornosignorsindaco” e la cosa finisce lì, tutti a grattarsi le palle come prima. Però è questo che ci chiede la modernità: un posto di lavoro, un’attività retribuita che ci riempia le giornate dal lunedì al venerdì e ci permetta due settimane di ferie in Calabria a cavallo del Ferragosto. Perché il lavoro nobilita l’uomo, dicono i saggi, anche se come noi ci si guarda in faccia dalla mattina a sera.

Poi un giorno, arrivando in Comune, trovo Peppe e Mario circondati dai colleghi dell’ufficio tecnico e dell’ufficio urbanistica che urlavano e ridevano.
-          Cosa è successo? – chiedo, togliendomi la giacca
-          Non hai sentito? Stanotte hanno messo le corna al Demonio.

4 commenti:

  1. Ogni riferimento a fatti e/o personaggi è puramente casuale?

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  2. Che mi piace come scrivi, lo sai già, per cui mi limito a ripetere cose già dette: Mi piace il modo in cui riesci a far sembrare tutto terribilmente fluido e scorrevole, ritmato e rapido.
    La parte iniziale mi ha messo un'angoscia terribile, sarà che è un po' l'incubo di tutti i sognatori fare parte della massa di quelli inchiodati dietro a una scrivania. Comunque l'incipit mi ricorda qualcosa che non riesco a identificare, mentre l'atmosfera generale mi ricorda Pirandello, tra il guardarsi allo specchio di Vitangelo Moscarda all'inizio di "Uno Nessuno e Centomila" e la vita da impiegato di Mattia Pascal, c'è la stessa ironia disincantata (certo, non penso che il buon Luigi si sarebbe mai messo a parlare di tette, ma qualche licenza è pur sempre concessa xD). Ora, non ti sto dicendo che sei il nuovo Pirandello (poi ti monti la testa, tze :P) però, mi piace *_* e la fine mi ha incuriosita un sacco, QUINDI continua! :D

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  3. mavafanchiappa pensavo che il mio commento si fosse salvato .-. in ogni caso avevo scritto proprio: cosa significa hanno messo le corna al demonio? poi dopo un po' avevo pensato che il demonio fosse una donna che era stata tradita XD ecco ora che te l'ho scritto mi sento meglio e vado a commentare l'altro capitolo.

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